Pizzo d’Eghen: Siddharta (Valsassina, Lecco)

Posted in vie alpinistiche su roccia on luglio 12, 2018 by fraclimb

domenica 01 luglio

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Vado a scalare con la concorrenza: la proposta è di Luca e, dopo aver avviato le rotelle, non mi ci vuole molto a richiamare la “big wall” all’ombra del lecchese e una via sulla quale avevo messo gli occhi da tempo. Così provo a lanciare l’amo e, anche se forse non di suo massimo gradimento, il pesce allla fine abbocca.

Il bosco è la classica foresta del Borneo con umidità al 1000 per 100 e noi due che buttiamo fuori più acqua della fontana di Trevi. Chiaramente le immagini della Cassin si sono sovrascritte e mischiate a quelle delle altre caianate tanto che i ricordi dell’avvicinamento assomigliano a quelli delle lezioni del liceo: una specie di agglomerato di nebulose perso nell’infinità dello spazio. Ho però la mia perfetta relazione, forse la prima volta che mi affido a quello che scrivo, e così mi sento tranquillo quasi come Luigi XVI in Place de la Concorde. Alla fine riusciamo a raggiungere il traverso nel bosco, una traccia che, non si capisce per quale ragione, a metà si volatilizza come i pasticcini lasciati troppo a lungo a portata del mio braccio.

Che lo zoccolo sia il marito della zoccola non ci vuole molto a capirlo. Per fortuna che sia stato imbrigliato da una ragnatela di corde fisse che, tirandole come il campanaro le corde delle campane, mi fanno arrivare all’attacco già con le braccia gonfie. Insomma, quando iniziamo a scalare sono nelle condizioni ideali per rischiare di passare fuori di testa! Mi infilo allora nel canale basale dove più che le tecniche maturate in falesia, tornano utili quelle della lotta per la sopravvivenza tra erba e blocchi che rischiano di scollarsi al solo passare dello sguardo. Arrivo così sotto la direttiva del presunto camino di Siddharta dove allestisco la sosta a friend sperando di non venire poi cazziato dal Luca perchè non ho seguito i crismi del manuale delle Giovani Marmotte caiano. Intanto che recupero il socio inizio a guardarmi intorno e provare a rispondere alla domanda esistenziale dell’alpinista: ma dove diavolo passa la via? Già perchè del chiodo di sosta non ho scorto alcuna traccia e non sono poi così sicuro di volermi infilare in quella spaccatura accogliente come la bocca dell’orco dopo la bagna cauda. L’unico motivo per il quale non inizio a dare segni di squilibrio è la presenza di un’intrigante sosta a fix qualche metro a sinistra, dove la roccia sembra quella del Wenden e non un aggregato male assortito di pezzi di calcare. Peccato solo che io debba salire sul marcio ma almeno così posso arroventarmi sulle questioni esistenziali caiane: perchè diavolo mi trovo qui? Forse perchè sono stato io a proporre questa ravanata? [continua]

 

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Poncione di Cassina Baggio: Tanti Auguri (val Bedretto, Ticino)

Posted in vie alpinistiche su roccia on luglio 11, 2018 by fraclimb

sabato 30 giugno

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Non ci siamo: 10 minuti abbondanti di ritardo sono inaccettabili, così tutti i programmi rischiano di andare gambe all’aria e, soprattutto, potrei decidere di divorarmi entrambe le brioches. Cerco di resistere alla tentazione e, alla fine, quando arriva Raffaella, la colazione è ancora integra. Solo che in Svizzera non si può correre pena la sedia elettrica o, se va bene, i lavori forzati e così il disastroso ritardo resta tale finchè la macchina si ferma al parcheggio per l’avvicinamento pianeggiante da FF perchè, alla faccia del corso caiano appena terminato, dobbiamo pure evitare di sfacchinare in salita passando dalla capanna Piansecco! Non insisto più di tanto sull’opzione comoda che, in fondo, asseconda anche il mio nascosto lato poltrone e, dopo aver tirato fuori dalla polvere gli antichi ricordi del precedente tentativo, arriviamo all’attacco della via con precisione chirurgica. Dopo aver evitato di venire inghiottiti dalla famelica voragine tra roccia e nevaio, mi diletto a farmi tirare su per la parete da Raffaella convinto che poi procederemo in alternata. La capocordata però ci prede gusto lasciandomi così nel ruolo del succhia-corda per i primi tiri finchè anch’io la smetto di starmene a riposo e inizio a preoccuparmi su come raggiungere la vetta. Poiché tutto (a parte il ritardo iniziale) sta perfettamente filando liscio, sulla quinta lunghezza decido di fare provare a Raffaella la tenuta del copertone ma, non avendo alcuna ruota a portata di mano, non trovo nulla di meglio che il sottoscritto come vittima sacrificale e così lascio che il piede mi scappi dall’appoggio e la forza di gravità faccia il suo corso. Peccato solo che tra il punto in cui faccio Icaro e la sosta ci sia un solo friend che inizio a guardare terrorizzato prima che questo vada fortunatamente in trazione impedendomi di sfracellarmi sulle cenge sottostanti. Sul tiro seguente devo fare la mosca e appiccicarmi alla roccia confidando nella tenuta delle scarpe. Sinceramente il passo aleatorio mi trova impreparato ma, alla fine, la mia abilità nel trasformare i piedi in un paio di ventose mi evita una seconda caduta verso il basso. Riesco così a tenere per un po’ a bada l’indole da Fraclimb ma, alla partenza della penultima lunghezza, questa esplode come una scolaresca alla campanella di fine anno scolastico. [continua]

Piz Ciavazes: spigolo Abram (gruppo del Sella, val di Fassa, Trento)

Posted in vie alpinistiche su roccia on giugno 29, 2018 by fraclimb

domenica 24 giugno

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Sono in odore di Piolet d’Or. Il problema è che ho altre 3 cordate del corso base che gareggiano con la nostra impresa: la via del Cavolo. Già perchè sabato alla ricerca di una linea tranquilla sopra Gardeccia finisce che ci infiliamo sulla struttura sbagliata facendo assaggiare un po’ di alpinismo esplorativo ai malcapitati allievi. Credo che nemmeno agli albori della mia brillante carriera caiana abbia mai sbagliato parete! Alla fine, grazie al fiuto da cordata Cassin-Ratti, tiro fuori una linea facile e, fatta salva un’uscita su sabbia e ghiaia, con roccia che non tende a smontarsi come un mobile Ikea mal assemblato. Domenica però devo ripigliarmi dai traumi post impresa e così provo ad accaparrarmi un paio di allievi per una salita che non mi spremi come un’arancia ma gli altri istruttori fanno orecchie da mercanti e io mi ritrovo insieme a Marco alla volta dello spigolo Abram. Non so nulla della parete né, tanto meno, della via se non quanto ho reperito dalla relazione così il Denny mi spara due dritte, giusto per spiegarmi dove si trovi l’attacco evitandoci così di finire sullo spigolo sbagliato. Infatti, non ancora scaldate le gambe col breve avvicinamento, i 4 adepti si rendono rapidamente conto con quali squinternati semi-istruttori siano in giro visto che, mentre il sottoscritto punta alla linea sulla destra della parete, Marco è esattamente del parere opposto. Sfruttando allora la mia abile arte retorica ciceroniana, riesco a convincere il drappello a seguire ancora una volta il mio istinto sebbene sulla mia meta non scommetterei un Euro!

Ora i nodi possono finalmente venire al pettine: il subdolo lavoro da psico-terrorista operato dal Marcello produce infatti i suoi frutti. Inizio infatti a pensare non tanto al tiro d’artificiale quanto alle fessure di V che lo precedono e a come abbiano sconvolto altri pretendenti che, si racconta, siano usciti sconvolti e spremuti come dopo un passaggio in centrifuga: riuscirò a passare indenne da questa ennesima prova? D’altra parte provo a instillarmi un po’ di fiducia convincendomi che quei passaggi non potranno essere più duri delle fessure della Cassin alla Trieste né, tanto meno, dovrei dimenticarmi della prestazione su Panorama su Forzo. Eppure il dubbio resta e solo quando alzo le chiappe sopra la sosta del secondo tiro finalmente dissolvo ogni nebbia. Poi la vera maestria del capocordata arriva al quinto tiro. [continua]

Parete di Santa Maria: Fifth Avenue (val Divedro, Verbano Cusio Ossola)

Posted in vie alpinistiche su roccia on giugno 28, 2018 by fraclimb

domenica 17 giugno

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La giornata comincia con una sconvolgente richiesta: ci fermiamo a fare colazione da qualche parte? La mia autistica pianificazione dell’uscita ne esce scombussolata, soprattutto perchè la domanda si aggiunge alla scoperta che lo schizzo della cartina disegnato sulla guida non coincide con la topografia che, non so sulla base di cosa, mi ero costruito in testa. Direi che la situazione è perfettamente sotto il mio controllo! Poi si aggiungono i locals cui chiediamo conferma dell’imbocco della mulattiera: per prima cosa i tempi indicati dalla relazione raddoppiano e poi veniamo messi in guardia sull’attraversamento del fiume, impresa titanica paragonabile forse ai guadi himalayani. Li guardo allibito con la stessa espressione della professoressa al liceo quando le avevo risposto che Renzo portava all’Azzeccagarbugli una coppia di polli: “No! Cosa stai dicendo? Erano due capponi!”. Differenza sostanziale! Già perchè l’unica cosa di cui a questo punto sono certo è che giù al fiume ci sia un solido ponte in cemento che ho individuato dal parcheggio! L’informatore però insiste sulla sua linea ma noi ce ne freghiamo e ci avviamo verso il corso d’acqua.

Sull’altra sponda incontro un altro elemento destabilizzante: la cappella votiva. Forse che sia il fine settimana delle strutture sacre, un monito per il sottoscritto in piena antitesi religiosa? Le cappelle ovviamente risultano introvabili e così inizio a precipitare sempre più nel vortice dell’incertezza. Poi finalmente la prima casetta votiva si materializza e la mia autostima, faticosamente, riprende un po’ quota. Arriva quindi il momento del sentiero che sale all’attacco vero e proprio: per individuarlo devo attivare al massimo tutti i sensi e immaginare che sotto l’erba e tra gli arbusti salga una vaga traccia che finalmente ci deposita all’attacco della via delle Meteore. Cominciamo da qui perchè non ho assolutamente voglia di risalire ancora per prato verticale: d’altra parte se avessi voluto andare a pascolare, sarei stato una mucca. La placca scivola via senza intoppi mentre noi ci restiamo appiccicati come mosche sulla carta moschicida quindi, scaldati i possenti bicipiti tirando una breve fissa, raggiungo l’attacco vero e proprio. A questo punto, nella mia beata supponenza ignorante, mi aspetto una sequenza di fix sparati a mitraglia e da collegare come il gioco dei puntini numerati della settimana enigmistica. [continua]

Ancesieu: Panorama su Forzo (valle dell’Orco, Torino)

Posted in vie alpinistiche su roccia on giugno 22, 2018 by fraclimb

sabato 16 giugno

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Prima o poi scriverò una guida sul Cerro Torre tanto oramai ho capito che basta mettere giù un elenco di vie, descrivere dei tiri a casaccio, mescolare il tutto e poi servire la guida con alcune belle foto magari, giusto per confondere ancora di più le idee, di altre pareti! Ah, dimenticavo: bisogna poi prendere la scala delle difficoltà, metterla in lavatrice a 90°, vedere quanto si restringa e, se necessario, ripetere l’operazione.

Mistero n°1: la cappellina. Per trovare l’imbocco del sentiero bisogna scoprire dove sia la struttura votiva ma nemmeno sgranando il rosario riusciamo a trovare traccia dell’opera sacra e così, quando arriviamo davanti ad una traccia che si infila nel bosco, ci guardiamo col perspicace sguardo da pecora: dove diavolo è finita la scritta “palestra”? Poi Cece accende la super vista, decifra un geroglifico millenario e finalmente scopre il bandolo della matassa che ci guida nel folto della giungla. Indossato il cappello da Indiana Jones, l’amico tira fuori il machete e inizia ad aprire un varco profetizzando il nostro ingresso in un nuovo “zecchificio”. Alla fine della giornata conterò 4 succhia-sangue a tradimento, tanti quanti i passi in artificiale fatti sulla via.

Mistero n°2: il boulderista o l’A0. Il primo tiro è dato 6c. Siccome sono solito scaldarmi su questi gradi tanto quanto frequentare Rimini e Riccione, direi che l’appena terminata risalita delle fisse alle alghe è stato solo l’antipasto prima dell’arrosto bruciato! Scrutandomi dal monocolo Cece mi informa che il primo fix va tirato a meno di voler lanciare ad un rovescio con il piede su uno svasino disegnato. Mi domando allora perchè diavolo dovrei fare il Moroni quando, caianamente, posso tirare il rinvio e così seguo la soluzione tradizionale per poi fare il Picasso con le mutande quando il piede decide in piena autonomia di assestarsi sull’appoggio mentre supero il successivo ribaltamento.

Mistero n°3: il diedro e i tiri vaporizzati. Al terzo tiro ringrazio di essere caiano. L’ingresso del diedro cerca in tutti i modi di sputarmi fuori ma io ce la metto tutta, faccio la zecca incastrandomi e spingendo contro le pareti finchè riesco a passare oltre l’uscio dell’ingresso. Ora inizia il divertimento. [continua]

Gran Paradiso: via normale (Valsavarenche, Aosta)

Posted in vie alpinistiche su ghiaccio e/o misto on giugno 12, 2018 by fraclimb

domenica 10 giugno

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In realtà in cima non ci arrivo. Ma nemmeno tutta la marea di caiani che raggiungono il pinnacolo con la madonnina evitando quello poco più alto sulla destra: e pensare che, mentre attendo il mio turno lungo la crestina finale, ho la tentazione di salire quella manciata di metri in bilico sul precipizio. Poi ci penso su: non ho nulla per proteggermi e sono col corso caiano, meglio lasciare perdere, evitare di fare Icaro e raggiungere la vetta secondaria. Eppure meno di un paio d’ore prima di toccare la statuetta ero praticamente certo che non l’avrei mai raggiunta.

Sabato pomeriggio approfitto del mio potente ruolo di vice direttore per accaparrarmi due delle donzelle iscritte al corso e poi aspetto la sveglia antidiluviana che ci permette di lasciare lo Chabod alle 4. Sul ghiacciaio c’è già la festa delle luminarie e noi andiamo ad aggiungerci alla colonna della processione di Ferragosto sicuro che riuscirò a vedere la Madonna. Invece poco dopo esserci legati finisco nella processione al Golgota: il mal di testa infatti ha iniziato a bussare nelle meningi di Raffaella come un testimone di Geova alla porta ma lei, imperterrita, prova a tenere duro finchè Marcello, con abile mossa, riesce a convincerci a fare uno scambio di allievi. Non sono mai stato un amante delle figurine e il risultato si vede: in pochi minuti mi ritrovo turlupinato a guidare una cordata che da femminile è passata a mista. Solo che a quel punto diventano cazzi amari per tutti, soprattutto per Laura e Ivan che si vedono proiettati verso la vetta come se avessero preso lo skilift visto che il sottoscritto passa immediatamente alla modalità “vetta” iniziando a tirare come un forsennato su per il pendio. È una specie di corsa contro le altre cordate, una rincorsa dalle retrovie come in una gara ciclistica che ci permette di raggiungere chi ci precede e passargli sopra le orecchie. Poi sull’ultima rampa prima della cresta ingaggio una gara con tre cordate francesi ma dietro iniziano a mancare le energie e alla fine, all’attacco del tratto roccioso, desisto e le faccio sfilare. Sulla cresta sembra di essere in tangenziale all’ora di punta. Praticamente si fa un giro intorno alla madonnina e poi ci si va ad ingarbugliare con le cordate che salgono. Ovviamente i casi umani sono i più disparati e la cosa non fa che innervosire le guide francesi che devono scendere con i clienti stile papera con gli anatroccoli. Poi finalmente mi trovo a fianco della statuetta incredibilmente da solo, giusto il tempo che Laura e Ivan mi raggiungano insieme al resto dell’orda barbarica. [continua]

Zucco di Pesciola: Bramani Fasana (Valsassina, Lecco)

Posted in vie alpinistiche su roccia on giugno 12, 2018 by fraclimb

domenica 03 giugno

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Sono perplesso: sono col corso caiano e sto salendo in funivia ai piani di Bobbio? È finito l’alpinismo della lotta con l’alpe, le salite sputa sangue, i viaggi a braccetto con la morte. No, oggi al corso vogliamo le comodità, la roccia bella e i resinati e così alla fine vengono fuori degli FF o, se va bene, delle sottospecie di alpinisti da agenzia Alpitour per salite addomesticate e senza imprevisti. Gente cioè che alla sera vuole rilassarsi davanti ad un bicchiere di birra e non malati di mente che sperano in un nuovo bivacco all’addiaccio o, se va male, pianificano già la salita successiva, delle specie di lobotomizzati con un unico chiodo fisso (a parte quelli marci che tirano in via): scalare, scalare, scalare!

Proprio per lo stesso senso di avventura e anche un po’ di repulsione per la zona dei Campelli, non ho la più pallida idea su quale via andare a fare e così mi accodo al Gigi con le mie allieve che hanno uno strano modo di concepire l’uso dello zaino: il sacco vuoto e tutta la mercanzia appesa all’esterno! Ottimo: siamo il trio dello psicopatico e delle due venditrici ambulanti! Poi, come se non bastasse, perdiamo pure il contatto col gruppo davanti rischiando di vagare per i saliscendi dei desolati piani di Bobbio che, a dire il vero, senza sci ai piedi tanto pianeggianti non sono, finchè riusciamo a rientrare nel gruppo dei fuggitivi e attaccarci alle loro chiappe come mosche al miele.

La parete mi pare come il sottoscritto dopo un’ora di corsa: fradicia e piallata. La linea scelta in effetti è un’evidente rampa-diedro appoggiata lungo la quale si potrebbe fare un giro in canoa così, dopo la classica battuta “sarebbe utile un Tampax”, iniziamo a legarci aspettando che il salumiere chiami il nostro numero. Siccome poi sono forte e ho qualche dubbio che le scarpette possano garantirmi una buona tenuta sul velo d’acqua, mi tengo le scarpe d’avvicinamento e inizio a scalare. Alle due allieve dico di infilare le pinne e poi anche loro mettono le mani sull’umido. Memore poi dell’esperienza su Dimitri, alla prima sosta filiamo tutte le corde ma il risultato è un casino ancora peggiore. Infatti sulla lunghezza seguente mi ritrovo come il cane legato alla cuccia con la catena! Mi fermo ad aspettare ma sotto sembra che il tempo sia tornato agli anni del liceo quando cercavo di tradurre le versioni: lentezza geologica senza capire un’acca di cosa Cicerone avesse scritto! Il mistero delle corde aggrovigliate si ripete ancora un paio di volte e poi finalmente usciamo in cresta. [continua]