Archivio per ottobre, 2008

Pilastro del Basto(ge)ne

Posted in vie alpinistiche su roccia on ottobre 20, 2008 by fraclimb

sabato 18 ottobre

Forse ci siamo molto avvicinati al rischio limite accettabile. Le informazioni in nostro possesso non lasciavano infatti supporre un tale impegno per portare a termine questa linea. E la mente corre inevitabilmente alla salita di domenica: il Pilastro si è mostrato un gradino superiore rispetto la Cassin. Ma andiamo con ordine.

Siamo alla base: davanti a noi si apre una stupenda fessura. Cece aveva fatto un tentativo alcune settimane prima, ma aveva desistito per la mancanza di un friend grosso. Dal canto mio, avevo raggiunto la base dopo la salita di Anca Sbilenca, senza però infilarmi nella fenditura. Questa volta siamo determinati, anche perchè disponiamo di un camalot n°4 e di un 5! Parto. Supero senza grosse difficoltà i primi cordoni, poi estraggo il n°5 oltrepassando così il massimo punto raggiunto da Cece. Segue poi un diedro-fessura un po’ più semplice, sempre ben proteggibile e con un chiodo traballante poco prima dell’uscita: riesco così a liquidare la pratica senza troppi patemi. La lunghezza successiva inizia con una placca lavorata per poi impennarsi in corrispondenza di una fessura. Cece raggiunge un paio di chiodi e poi prosegue verso sinistra incontrando difficoltà non banali. Probabilmente avremmo dovuto girare verso destra, dove le difficoltà sembravano più ridotte. Ma la roulette deve ancora iniziare.

Lascio la sosta per superare un passo delicato di placca. Proseguo alcuni metri su roccia più lavorata fino alla base di un tratto più verticale. Prendo un funghetto e poi un altro. Mi allungo, ma lo spit è ancora troppo lontano. Tra me e Cece ci sono circa una dozzina di metri senza alcuna protezione. Riesco quindi a bloccare un cordino intono al fungo che tengo tra le mani, ma la validità di questa protezione è quanto meno dubbia. Torno indietro alla base del tratto verticale, su una specie di cengetta. Ridiscendere è impensabile (o per lo meno molto difficile) e quindi l’unica è raggiungere quel maledetto spit. Costruisco il mio “never by fair means” e riguadagno il punto più alto. Niente.  Riprovo svariate volte, ma mancano sempre alcuni centimetri. Allora Cece mi da un’dea: prova con il friend 5! Ridiscendo. Blocco il cava-nut nel friend ottenendo così il “never by fair means evolution” (dovrebbero darmi la laurea in ingegneria onoris-causa!). Con questo strumento, che tengo all’altezza delle camme, guadagno gli indispensabili centimetri che mi fanno raggiungere la prima protezione. Un lunghissimo volo è scongiurato! Riprendo così la salita azzerando facilmente i tre spit. Mi trovo quindi all’inizio di un traverso sprotetto e non proteggibile di diversi metri. Subito all’inizio incontro un ristabilimento non banale. Raggiungo la metà e mi trovo nuovamente in difficoltà. Dopo un tentativo, capisco come superare il passo dal quale, più facilmente, raggiungo la sosta. Cece supera indenne il traverso grazie ad una specie di fissa, evitando così un lunghissimo pendolo.

Tocca a lui superare la lunghezza successiva, mentre le lancette dell’orologio sono corse implacabilmente in avanti. Supera i primi spit fino a raggiungere una zona concava dove è necessario splamare. La protezione successiva è a circa 3/4m e in mezzo ci sono un paio di funghetti e una fessurina che sembra perfetta per un nut. Cece prova lo spalmo, ma non se la sente di proseguire e quindi si fa calare. Provo io: dopo la fatica del tiro precedente, non ho intenzione di tornare sul Pilastro, quindi o passiamo ora o non torneremo più (almeno nell’immediato futuro). Con la corda già posizionata, raggiungo rapidamente l’ultimo rinvio. Spalmo, raggiungo il primo funghetto ma poi mi blocco. Torno allo spit e riprovo. Raggiungo il funghetto e quindi un’altra concrezione. Alzo un po’ i piedi e così riesco ad agguantare l’ottimo fungo successivo attorno al quale blocco un cordino. Poi incastro un dado nella fessurina e raggiungo la spit. Sono su un tratto verticale che poi spiana verso l’alto e non ho la minima idea di come saltare fuori. Provo staffando. Raggiungo un buchetto con la sinistra e uno svaso con la destra, ma nulla di accettabile. Dovrei cerca di alzare un piede sullo spit e così dovrei raggiungere una presa più decente (almeno così spero). Ma ho esaurito la mia dose di adrenalina e quindi desisto. Torno così alla sosta, per cedere le corde a Cece. Rapidamente, raggiunge l’ultimo spit. Anche lui prova a staffare, ma non riesce ad uscire dal passo. Infila però un dado nella fessurina immediatamente a destra. Staffa quindi sulla protezione mobile, ma comunque non riesce nell’intento. Riprova ancora diverse volte senza però guadagnare la presa buona e allora mi ricede l’onere della conduzione. Mi ritrovo così al punto di prima, ma questa volta con un dado incastrato. Provo a metterne un altro poco sopra, ma appena lo carico si stacca. Praticamente non cado perchè la distanza tra le protezioni è centimetrica. Allora posiziono il nut messo da Cece nel buco subito sopra, quadagnando così pochi centimetri. Mi alzo sulla staffa. Poi, il più delicatamente possibile, alzo il piede sinistro sullo spit. Lo carico e libero la staffa dal mio peso. In questo modo riesco a guadagnare la presa “buona” e quindi salgo sulla cengetta sopra il muro. Il passo è fatto e, sorpesa, trovo un chiodo. Mi assicuro, ma il chiodo lascia un po’ a desiderare in quanto affidabilità. Poco male, poco sopra ne scorgo un altro. Mi alzo e lo raggiungo. Sono caduto dalla padella nella brace! Finchè tiro il chiodo verso il basso, questo non si muove; ma appena provo a estrarlo orizzontalmente, questo dondola in modo inquietante. Se la protezione precedente è dubbia, questa è ancora peggio! E lo spit in basso è estremamente lontano. Torno al chiodo precedente e subito sotto riesco ad infilare un C3 (anch’esso poco affidabile…). Torno al chiodo dondolante e, allungandomi, riesco a incastrare un dado in una fessurina: anche questa protezione lascia molto a desiderare. Il più delicatamente possibile mi alzo; raggiungo così la parte sommitale di questo saltino e ne esco indenne, lasciando dietro di me 4 dubbie protezioni in poco più di due metri di progressione. Dopo un’ora circa di lotta, raggiungo così la sosta.

Cece riparte con una fessura facilmente proteggibile a friend. Poi sparisce dalla mia vista. Le corde filano rapidamente e quindi ad un tratto si arrestano. Passano alcuni minuti e poi, lentamente, riprendono a scorrere. Il tempo sembra non trascorrere ma poi, finalmente, Cece urla: molla tutto! Parto: supero la fessura e mi trovo su una specie di ripiano: davanti a me un diedro sprotetto. “Cece sei matto!” è il mio primo pensiero; poi però mi accorgo di un’ottima fessura per le mani e così raggiungo il chiodo. Da qui un traverso verso destra mi porta allo spit. Cece è subito sopra e mi conforta dicendomi che qui ha rischiato di volare! Ho di fronte una specie di diedro convesso senza alcun visibile appiglio. Siccome comincio ad averne abbastanza e il passo mi sembra estremamente impegnativo, mi tiro su con le corde e raggiungo la sosta. Tocca nuovamente a me: traverso verso sinistra aiutandomi con un paio di spit e finisco in un diedro. Mi alzo raggiungendo due chiodi estremamente vicini. Il successivo è lontano, ma fortunatamente una spaccatura sulla destra mi permette di incastrare un dado. Staffo sulla protezione mobile e, allungandomi il più possibile, acchiappo il chiodo successivo. Anche in questo caso, riesco a raggiungere l’obiettivo, solo dopo alcuni tentativi e sfruttando al massimo la mia altezza. Proseguo quindi tirando un paio di chiodi e poi due spit. Quello successivo è proprio in cima al muro, dove inizia una facile placca, ma non riesco a raggiungerlo. Staffo, ma mi mancano ancora diversi centimetri. Accorcio la staffa. Poi butto il piede sinistro su una paretina che forma una specie di diedrino, ma sono ancora troppo basso. Riprovo ancora. Questa volta, dopo aver posizionato il sinistro in opposizione, abbandono la staffa, appoggiando il piede destro su una tacca. Alzo nuovamente il sinistro su un provvidenziale chiodo e, con uno strano incrocio, raggiungo la protezione successiva. Da qui, facilmente, sono in sosta e posso così recuperare Cece.

Guardo l’ora: sono passate 6h e 10′ per superare queste sei lunghezze! E dopo altri 20′ circa completiamo le semplici lunghezze finali, portandoci sulla linea dell’Albero delle Pere.

Abbiamo utilizzato una serie di friend fino al 5, raddoppiando il 3 e l’1, C3 (n°0-1-2) e quindi alcuni dadi piccoli. Sarebbero tornati estremamente utili alcuni chiodi (anche a lama). Probabilmente è possibile posizionarne uno al terzo tiro, prima di raggiungere il primo spit e poi all’uscita del IV al posto di quelli in loco. Non so se potrebbero tornare utili anche un rurp o un bird-beak, ma probabilmente se li avessimo avuti, li avremmo utilizzati!

Sasso Cavallo: Cassin

Posted in vie alpinistiche su roccia on ottobre 13, 2008 by fraclimb

domenica 12 ottobre

Iniziare una giornata con la frontale e finirla con il cielo incendiato dai colori del tramonto. Fantastico. Stupefacente. Sbalorditivo. Se poi in mezzo c’è la Cassin al Cavallo…

Partiamo dal Cainallo alle 6:20. Le nostre frontali rischiarano il bosco ancora avvolto nelle tenebre, mentre in lontananza si intravedono le prime luci dell’alba. In poco meno di 1h e 30′ siamo in cima alla Val Cassina. La temperatura è insolitamente alta, ma forse è solo la febbre che ci attanaglia. Rapidamente scendiamo il canalone e raggiungiamo l’attacco. Non fatichiamo a trovare la partenza della Cassin, soprattutto grazie all’esperienza della volta precedente. Inizia Cece su un tiro friabile: siamo ancora intorpiditi e la progressione ne risente, non certo aiutata dalla qualità della roccia. Il tiro successivo spetta a me. Perdo del tempo prezioso per una deviazione sbagliata. Poi mi accorgo di un chiodone traballante e ritorno così sulla via. Il terzo tiro è ancora compito di Cece: magistralmente si alza sui chiodi aiutato dalle staffe. Poi infila nella fessura due friend; si alza tirandosi sulle protezioni mobili e raggiunge il chiodo successivo uscendo dal tratto duro.

I tiri successivi ci riservano molte meno sorprese; man mano che progrediamo, aumenta l’aria sotto i nostri piedi ma nel contempo anche la fiducia nelle protezioni e così ben presto ci troviamo sotto il diedro-fessura della seconda metà della via. E’ il mio turno: mi infilo nel colatoio aiutandomi abbondantemente con chiodi e friend. Poi mi blocco: sono in cima al diedro e non riesco a proseguire. Ho piazzato un camalot n°3, ma per andare avanti dovrei usare un 4 (che non ho). Mi guardo attorno e vedo un chiodo poco più in basso sulla destra fuori dal diedro. Meledizione! Devo uscire da questo colatoio! Così raggiungo la sosta. Nuovo imprevisto: numerose api volteggiano nell’aria ma, fortunatamente, non ci creano alcun problema. Altra lunghezza di artificiale impegnativo e nuovo capolavoro di Cece che si alza sulle staffe tra un chiodo e l’altro superando così i tratti strapiombanti del camino.

Segue un tiro più facile anche se, probabilmente uscendo dalla linea originale, supero alcuni tratti più impegnativi del IV dichiarato. Dalla sosta comincia un susseguirsi di avanti e indietro; non capiamo infatti dove andare: a destra sembra ci sia un passaggio più facile, ma la relazione indica di andare a sinistra. Cece prova quindi in quella direzione fino a raggiungere una serie di chiodi che sale in un camino-diedro, ma della sosta nemmeno l’ombra. Torna indietro e prova a destra: sale inizialmente per prato per poi raggiungere una placconata, ma di chiodi nemmeno l’ombra. Decidiamo allora di intraprendere la via a sinistra allestendo una sosta alla base del camino-diedro. E’ il mio turno: mi alzo superando un passo d’artificiale e quindi mi immetto nel diedro-camino. Risalgo la struttura aiutandomi con chiodi e friend fino ad uscirne. Segue una placca articolata ma anche molto aerea fino ad una specie di cengia. Della sosta nemmeno l’ombra e allora ne preparo una sfruttando un chiodo in loco e una clessidra. Recupero Cece che riparte per l’erboso e ripido tratto conclusivo, superando una placchetta per nulla banale. Anche lui allestisce una sosta di fortuna dalla quale finalmente raggiungiamo la vetta!

Sono entusiasta (e anche un po’ orgoglioso!) per aver concluso quest’avventura sulla Sud del Cavallo. Era da tempo che questa parete mi ingolosiva e sembrava quasi mi prendesse in giro ogni volta che raggiungevo la cima della Grignetta. Ma finalmente sono riuscito a metterci sopra le mani!

Relazione. La via inizia poco prima del Sass d’la Merenda (la costiera che delimita a sinistra la Sud del Sasso Cavallo) sulla verticale di un alberello proprio sotto gli strapiombi. L’attacco corrisponde a una zona compatta e stratificata alta un paio di metri (poi la roccia diventa decisamente meno compatta e con diversi ciuffi erbosi); qui la parete si protende maggiormente verso il prato rispetto le parti laterali. E’ infine visibile un cerchio rosso sbiadito alcuni metri sopra il prato. Sono necessarie due corde (noi abbiamo usato due mezze da 60m), cordini e/o staffa, una serie di friend fino al 2, dadi e qualche chiodo con martello per le soste finali. Le soste sono costituite da un fittone fino a S12, le restanti devono essere allestite. La chiodatura lungo i tiri è abbondante ma non sempre affidabile.

L1 (V): salire diritti per rocce rotte (prestare molta attenzione) fino a una cengetta. L2 (VI-, A1 o VI+): spostarsi a destra e risalire un diedrino (roccia delicata); traversare a sinistra su placca (chiodo poco affidabile) e risalire fino all’alberello visibile dalla base della parete raggiungendo la sosta sulla destra (roccia instabile nel tratto finale). L3 (V+, A2 o VIII-): probabilmente il tiro più impegnativo; salire il diedro-fessura inizialmente strapiombante poi più appoggiato ma comunque difficile. Nel tratto strapiombante mancano alcuni chiodi e il superamento del passaggio richiede l’uso di un paio di firend. L4 (V+): superare la placchetta sulla destra aggirando uno spigolino; risalire su roccia a tratti erbosa in direzione di un evidente camino superando una vecchia sosta. L5 (V+): risalire diritti superando un diedrino; si raggiunge il camino sostando presso un albero. L6 (V): risalire il camino superando la rosa canina che lo chiude e un alberello fino alla sosta su comoda cengia. L7 (III): traversare a destra su erba e salire per prato e placche spostandosi leggermente verso sinistra. L8 (III): traversare in diagonale verso sinistra portandosi sulla verticale dell’evidente camino che costituisce la parte alta della via. La sosta è poco a destra di alcune piante e del prato (traversando ancora a sinistra si raggiunge la Carugati). L9 (V+): salire leggermente verso destra e poi diritti per diedro-fessura fino alla base del camino (sosta su chiodi). L10 (V+, A1 o VII-): superare la prima parte del camino uscendo a destra al chiodo con cordone; superato un tratto su spigolino delicato si raggiunge la sosta (api). L11 (V+, A2 o VII): salire diritti e quindi rientrare nel camino. Con difficile e faticosa arrampicata in artificiale si raggiunge la sosta (cordone poco prima della conclusione del tiro). L12: (IV): risalire verso destra la placchetta (io ho seguito la fessurina) e poi proseguire per roccia erbosa e articolata fino alla sosta (S12) su comoda cengia (a nostro parere il IV dichiarato è un po’ “stretto”). L13 (III): traversare verso sinistra in piano fino alla conclusione della cengetta (tiro molto corto); ci si trova tra un tratto con roccia rotta sulla destra e una placca scura molto compatta a sinistra. La sosta è costituita da due chiodi di cui uno mio (eventualmente si può rafforzare con un C3 n°1). L14 (V+, A1 o VII-): salire diritti tenendo la placca compatta sulla sinistra fino alla base del camino. Risalire la struttura fino al suo termine quindi spostarsi verso destra, dove la progressione risulta più semplice e intuitiva. Salire quindi diritti su roccia articolata e a buchi fino a una specie di cengia chiusa da una parete verticale. Noi abbiamo sostato sfruttando un chiodo nuovo già infisso e una clessidra (circa 50cm a sinistra del chiodo). L15 (III): risalire la rampa verso sinistra e aggirare lo spigolo. Raggiungere un albero e piegare verso destra superando una placca delicata quindi ancora per prato fino a un roccione dove si può allestire la sosta a friend. Da qui salire per prato fino alla vicina vetta. Dalla cima scendere per traccia (bolli e paline metalliche) fino a raggiungere il sentiero che arriva dal rif. Bietti.

Val di Mello: Alkekengi

Posted in vie alpinistiche su roccia on ottobre 7, 2008 by fraclimb

sabato 4 ottobre

Per l’occasione si riforma la cordata di Self Control, con Rufus che non tocca roccia da mesi! E l’obiettivo è “Mani di Fata” all’Alkekengi. L’avvicinamento si svolge lungo una valle ancora addormentata e sopra i 1700/1800 già imbiancata dalla prima neve di stagione. Sopra le nostre teste, sul Disgrazia, si levano turbinii tempestosi mentre in basso non si sente un alito di vento, anche se l’aria del mattino è comunque pungente.

Ben presto raggiungiamo l’attacco dove ci leghiamo. Parto per il primo tiro: fessurina, traversino in placca, superamento di un saltino e poi ancora placca delicata fino alla sosta su albero. Il tiro è protetto discretamente con gli spit ne’ troppo vicini ne’ troppo lontani. La lunghezza successiva è costituita da una facile fessurina da proteggere (friend piccoli) e poi da un tratto in placca. L’arrampicata non è tecnicamente difficile, ma dall’ultimo spit alla sosta si è accompagnati da un lungo run-out (circa 10-12m) con il superamento di un piccolo saltino quando la distanza con l’ultima protezione è considerevole. In effetti è presente il buco per uno spit, che però manca! E per rendere la salita più frizzante, proprio all’altezza del saltino ho un piccolo “sbandamento” che fortunatamente riesco a controllare evitando un lunghissimo volo!

Sono in sosta. Mi guardo attorno: la via alla mia sinistra mi sembra troppo vicina. Guardo la guida. Maledizione! Mani di Fata è là in fondo! Abbiamo attaccato su “Anca Sbilenca“, la via a destra del nostro obiettivo. Con un po’ d’amaro in bocca, riprendo la scalata: ancora placca ed è ancora richiesta attenzione. Il quarto e ultimo tiro presenta le maggiori difficoltà in libera. Raggiungo a fatica il primo spit e inizio una serie di “azzeramenti” per superare il 6c+, fino a un delicato passo in traverso obbligato. Mi muovo lentamente, spostando il peso sulle scarpette nella speranza che si mantengano incollate alla roccia. Poi finalmente raggiungo lo spit successivo. Tirando altre protezioni (tra cui anche un C3) raggiungo la sosta finale da cui iniziano le calate.

Avvicinamento e relazione. Presso le baite di Cascina Piana (dove c’è la fontanella) si prende la traccia a sinistra, abbandonando il sentiero principale. Si prosegue per alcune centinaia di metri e, poco prima che il sentiero si ricongiunga con quello principale, si svolta a sinistra per traccia inizialmente su prato e quindi nel bosco. La traccia diventa più evidente fino ad arrivare alla base dell’Alkekengi. Costeggiare verso destra la placca; inizialmente si cammina in salita (superando un evidente tetto che taglia la parete), poi si ridiscende per alcuni metri. Ci si trova sotto l’attacco di “Colibrì” (spit con cordino visibile) e si prosegue nuovamente in salita fin quasi alla fine della placca. L’attacco di “Anca Sbilenca” è in corrispondenza di alcuni abeti in una zona fessurata, mentre “Mani di Fata” è poco sotto presso una cengetta (spit visibili).

Per Anca Sbilenca sono necessari una dozzina di rinvii, consigliati friend piccoli (fino all’1) e due corde. Con due mezze da 60, si riesce a saltare la sosta di L3, arrivando però circa mezzo metro sopra la sosta (nodini alle corde!). La via e spittata discretamente. L1 (6a): partenza in una zona fessurata, con masso leggermente staccato dalla placca. L2 (5a): lungo run-out dall’ultimo spit  prima di raggiungere la sosta. L3 (6a); L4 (6c+ o A0): è presente un passo in traverso molto delicato che, a mio avviso, ha una difficoltà superiore al 6a dichiarato come obbligato; dall’ultimo spit, salire per traccia verso sinistra fino alla sosta.