Archivio per aprile, 2008

3×2=6

Posted in scialpinismo, vie alpinistiche su ghiaccio e/o misto on aprile 29, 2008 by fraclimb

venerdì 25, sabato 26, domenica 27 aprile

difficoltà: OSA, la cresta PD+/AD con passi di I e II

dislivello: 3400m

I giorno: il gruppo Butti

La sveglia trilla impietosamente. Sono le 4. Il ritrovo con l’Ale, Ste e Ucci è fissato per le 5 al Melillo e quindi ho tutto il tempo per riempirmi di fette biscottate e miele. La partenza è regolare e l’auto, carica all’inverosimile, si ferma a Fino dove abbiamo appuntamento col Lele. Rapido scambio degli equipaggi e risistemazione del materiale e ci immettiamo in autostrada. A Quincinetto la squadra finalmente si completa con l’aggiunta del Sandro. Comincia la salita e le auto arrancanti e sbuffanti guadagnano lentamente quota finchè la svettante punta della Gran Becca si staglia all’orizzonte, maestoso e imponente edificio che proprio non ci azzecca con la modernità di Cervinia. Ah la natura, incapace di considerare l’impatto ambientale e di edificare montagne intonate con le strutture antropiche!

Incuranti dell’etica alpinistica (ma siamo a Cervinia!) saliamo al Platò Rosà sfruttando le tre funivie e così in poche ore ci ritroviamo da 300 a 3400m di quota. Ha quindi inizio il nostro cammino nell’imperscrutabile mente dell’alpinista, alla ricerca della risposta alla fatidica domanda: ma chi cazzo me lo fa fare? Gli sci scivolano sulla neve battuta delle piste e ben presto ci troviamo sotto il Braitorn. Rapido consulto: “Che ore sono? Ma il Braitorn non lo facciamo? Mah, io andrei diretto alla Porta Nera. Ma dai, già che siamo qui… Si, ma poi dobbiamo andare alla Monte Rosa Utte“. Detto e fatto. Siamo in cima al Braitor. Almeno un 4mila l’abbiamo messo in tasca.

La Porta Nera è Grigia: il vento solleva nuvole di neve polverosa che oscurano il sole. La temperatura è maledettamente lontana dai valori Tropicali e quindi decidiamo di perdere velocemente quota. Bisogna individuare la traccia, cercando di evitare i seracchi che incombono sulla linea di discesa. “Andiamo di qua. Io andrei di là. Ma di là dove?” Alla fine, ci troviamo a 2400m sull’immensa lingua pianeggiante che discende dal Rosa verso Zermat. Altra breve (circa 300m di dislivello) – lunga (meglio non conoscerne lo sviluppo)risalita e siamo alla Monte Rosa Utte. “Ciao! siamo il gruppo Butti”; occhiataccia del rifugista a squadrare un gruppetto che di tedesco non sa un’acca e quindi risponde “Occhei! voi andare tormire stanza tue, da letto otto a letto tretici; cena ezzere alle zette e trenta; colazione alle quattro o alle zette, voi coza fare?” rapido consulto e rispondiamo: “Mah, colazione alle 4:30”; “Nain! colazione ezzere alle quattro o alle zette! capiten?” a malincuore: “Vada per le quattro”. E la domanda che batte sempre più: ma chi cazzo me lo fa fare?

II giorno: l’azione

Alle 4, il gruppo Butti si presenta al tavolo della colazione e alle 5 comincia la lunga marcia verso la meta. Un’interminabile fila di luci si snoda arrancante lungo il ghiacciaio disegnando serpentine sinuose sul pendio. Il sole infatti si sta ancora riposando sotto le calde coperte, mentre noi combattiamo col pungente e fastidioso freddo alle mani. Sui 4100m ci troviamo di fronte al primo dubbio della giornata: la traccia evidente e gli altri sci alpinisti salgono diritti, ma la carta suggerisce di piegare a destra, raggiungendo la cresta che conduce alla vetta. “Che si fa? Battiamo traccia, ovvio!”. Oh che piacere! Oh qual stupenda sensazione!. Ho appena dato il cambio all’Ale in testa quando finisco con una gamba in un buco: “Eh che cazzo! Occhio che c’è un crepo” Decidiamo saggiamente di legarci. Nel frattempo il Sandro, lo Ste e Ucci ci raggiungono, decidendo di ritornare sulla traccia più marcata per tentare la Norden. Rimaniamo io, l’Ale e il Lele su questo terreno candido e immacolato.

A 4300m abbandoniamo gli sci per sostituirli con i ramponi quindi estraiamo le picche e riprendiamo lentamente la salita. Sulla cresta si aggrega alla cordata un quarto elemento, un ometto paffuto e panciuto dai neri ricci scompigliati e con un insolito nome: Eolo. Il classico rompi-coglioni di turno! E la domanda rimbomba nella mente!

Il primo tratto si svolge su neve dura, a volte ghiacciata, ma la progressione è ancora sicura e relativamente veloce. Arrivano le prime roccette e, lungo un canalino ghiacciato in discesa, anche le prime difficoltà. Superiamo il passaggio piazzando un chiodo da ghiaccio e ci ritroviamo sulla seconda spalla nevosa che ci infonde fiducia sulla vicinanza della meta. Dei tre, il più motivato è l’Ale (non per nulla è V Mascìn!) e io non esito a cedergli l’onere di battere la traccia. “Dai che manca poco. Vedo la cima! ci siamo, alè!”. Chiaramente la montagna si sta prendendo beffe di noi: la cresta prosegue rocciosa e il punto più alto non è proprio dietro l’angolo. Proseguiamo di conserva, alternandoci io e l’Ale nella conduzione della cordata. Superiamo alcuni tratti delicati: prima un traversino ghiacciato, dove finalmente sfrutto le potenzialità della mia Quark, poi un passo dove incastro la becca della picca (nella miglior tradizione di drai-tuling), quindi un canalino di misto reso più docile da una fissa. Passa in testa V Mascìn, che mai da segni di cedimento. Supera ancora un tratto aereo, scavalcando un cubo roccioso e quindi si trova alla base di un caminetto da cui penzola un canapone. Supera il passaggio, poi è la volta del Lele (che, poco prima, aveva sapientemente importato le tecniche buldering su un passo che io avevo risolto con quelle di ghiaccio) e infine del sottoscritto. Un urlo di gioia (e la risposta alla domanda) si alza: siamo in cima alla Dufur, dopo 3 ore di cresta! E siamo nuovamente in tre: il ciccione rompi-coglioni deve aver preso il volo più in basso, non riuscendo a sostenere il nostro ritmo incalzante!

E’ tempo di ritornare sui nostri passi, questa volta con ordine immutato: davanti l’Ale, in mezzo il Lele e io a chiudere. In 2 ore superiamo il tratto di cresta, facilitati dalla conoscenza dei passaggi. E, da buon parassita, l’obeso riesce ancora ad aggregarsi lungo l’ultimo tratto nevoso. Finalmente ricalziamo gli sci e riprendiamo la discesa, rimanendo comunque legati: il cordone ombelicale ci sbilancia non poco e quasi ad ogni curva ne consegue una caduta. Ci sleghiamo in corrispondenza del crepo che avevo scoperto a mie spese e quindi possiamo sciare liberamente su una neve in ottime condizioni fin quasi alla Monte Rosa Utte.

III giorno: il chilometro lanciato

Sveglia tardi e succulenta colazione e poi ci attende il rientro; in cielo non c’è una nuvola, come nei giorni precedenti, mentre quell’idiota di Eolo deve essersi trasferito da qualche altra parte, perchè del suo flaccidume non c’è la minima traccia. Una breve ma intensa discesa ci catapulta sul lungo pianoro glaciale che superiamo scattando foto a ripetizione delle vette circostanti e favoleggiando sulla possibilità che, a quell’ora, ci saremmo potuti trovare al Colle del Lis, se solo…

La lingua glaciale si incunea in una stretta gola e noi vi finiamo inghiottiti, divorati dalle fauci della montagna che non tarda a colpirci con una breve scarica, dalla quale scampiamo fortunatamente senza danni (eccezzion fatta per la sgommata sulle mutande!). Un breve tratto a piedi e quindi ancora sugli sci e, finalmente, raggiungiamo gli impianti di risalita, poco sopra Zermat. Che sollievo ritornare alla civiltà; all’evoluta, raffinata, attenta, lungimirante, ambientalista civiltà degli abitanti di Zermat. Loro hanno saputo rinunciare alle puzzolenti e inquinanti automobili, per un turismo più consapevole e rispettoso dell’ambiente montano. E i turisti sono ben lieti di queste attenzioni e quindi, come orde, calano nella valle per ammirarne i picchi e i verdi pascoli. Ma i turisti chiedono di andare in alto e i nostri hanno risposto con funivie, impianti di risalita, elischi e, magari in futuro, una bella piramide egizia in cima al Piccolo Cervino. Ah, l’ambientalismo moderno!

Comunque, catturati dalle mode imperanti, ci facciamo ingolosire dalla funivia che ci rideposita a 2900m di quota per poi risalire gli ultimi 400m che ci separano dal Platò Rosà. “Così risparmiamo sul costo del biglietto. Si, poi 400m li facciamo in meno di un’ora”. Peccato che le nostre attente considerazioni non avessero tenuto conto dell’infinito pianoro che separa l’arrivo della funivia dal Platò Rosà! Chiediamo l’aiuto del grassone, ma i suoi riccioli scapigliati non si lasciano vedere se non quando raggiungiamo la nostra meta dove il suo intervento risulta poco gradito. E’ proprio un parassita rompi-coglioni!

PS: [3giorni] per [2quattromila] uguale [6partecipanti]

Quota 2599

Posted in scialpinismo on aprile 21, 2008 by fraclimb

domenica 20 aprile

difficoltà: MS

dislivello: 1200

Il tempo incerto ha spinto me e mio papà a puntare ad una meta priva di difficoltà. Il nostro obiettivo era quindi rappresentato dal Guggernull, nelle vicinanze del rinomato Tambò. Arrivati a Splugen, siamo saliti lungo la strada del passo, fino ad incontrare una pista nera che abbiamo risalito (gli impianti erano già chiusi). Una volta raggiunto l’arrivo della seggiovia, siamo scesi nella vallata opposta sfruttando il tracciato di una pista .

Attraversato il torrente, abbiamo proseguito lungo il fondo valle, per poi piegare in salita verso destra, fino a raggiungere la visibile croce posta alla quota 2599m. Considerate le condizioni meteo (plumbee nuvole basse a ricoprire la vette circostanti) e soprattutto fisiche, abbiamo deciso di rinunciare all’obiettivo prefissato accontentandoci di questa “cimetta”.

La discesa si è svolta su neve che alternava tratti pesanti ad altri con condizioni più favorevoli. La linea scelta si è svolta lungo una valletta a sinistra di quella di salita (viso a valle) che si chiude su un tratto ripido con alcune roccette che ci hanno dato del filo da torcere. Una volta attraversato il torrente, ci siamo trovati su una traccia che ci ha riportati, dopo un lungo tratto semi pianeggiante, alla strada del passo e da qui al punto di partenza.

     

Lariosauro, il ritorno

Posted in falesia with tags on aprile 13, 2008 by fraclimb

domenica 13 aprile

Il tempo inclemente del week end non ha permesso di ripetere avventure analoghe a quelle di una settimana fa e così mi sono accontentato di una giornata in falesia con Lorenzo. Sono tornato al Lariosauro, speranzoso di ottenere prestazioni analoghe a quelle della prima volta. Ci siamo scaldati su due 6a: Bella Vista e La Mosca Tzè Tzè (fino alla sosta intermedia); la prima via presenta un passo non semplice in leggero strapiombo che mi ha dato da pensare. Poi, in considerazione della presunta generosità dei gradi, ho voluto provare Friccichella (6c+); il risultato è stato un fiasco completo, con abbandono di una maglia rapida (che poi è stata recuperata da un’altra cordata). Ci spostiamo quindi all’estrema destra della struttura dove saliamo La Gallina Marta e Milù (6b+); il secondo è decisamente più complesso del primo, con una placca molto tecnica di movimento, che una tacca in chiusura che abbiamo trovato umida (riesco a passare solo tirando il rinvio). Attratto poi dal muro in mezzo al Lariosauro mi butto su Mustafà (6b+): arrivo in catena con un paio di resting lungo un tiro continuo, ma generalmente su buone prese. Poi è la volta del 6c a destra (Polentin): riesco a passare il passo chiave (movimento su prese molto piccole) solo dopo alcuni tentativi e le indicazioni di un paio di ragazzi; il tiro presenta solo un vero passo duro, anche se il resto del’arrampicata non è banale e sempre piutosto continua. Per chiudere la giornata, ci spostiamo nel settore L’Isola dei Ghiabbani, dove saliamo Tafanosky (5c): finalmente un tiro semplice!     

Taroc

Posted in vie lunghe sportive on aprile 7, 2008 by fraclimb

domenica 6 aprile

Oggi sarei stato volentieri a casa; avrei divorato un’ottima fondue, fino a scoppiare (mangiare è la mia altra grande passione!), per poi rimpiangere l’impresa con uno stomaco gonfio all’inverosimile.

Ma venerdì mi telefona Lorenzo per il week-end e quindi eccomi qui in Valle Maggia alle prese con i muri di Avegno Scaladri. La scelta ricade su Taroc, una via di 12 tiri su difficoltà medie (6b+, 6a+ obbl). L’arrampicata è prevalentemente tecnica su muri verticali o placche appoggiate, con una spittatura ravvicinata sui tratti duri, mentre sotto il 6a la distanza aumenta decisamente. Per una ripetizione portare una dozzina di rinvii e due corde da 50m per la discesa in doppia (che avviene preferibilmente su Stadera, anche se le soste di Taroc sono attrezzate per le calate); perfettamente inutili (nonostante le indicazioni della guida del CAS) i friends.

Il IV tiro (6a+) e il penultimo (6b+ continuo) sono molto interessanti e appaganti, peccato non mi sia riuscita completamente la libera sulla seconda lunghezza!

Self Control

Posted in vie alpinistiche su roccia on aprile 5, 2008 by fraclimb

sabato 5 aprile

Tutto è nato per caso. Ieri sono andato con il Clod a Carate, giusto per “sgranchire” un po’ le braccia, e mi dice: -Rufus mi ha proposto di andare in Valle- e io: -Per fare che?- -Mah, le risposte di Bakunin!- -Mmmh interessante!- Mi fiondo su internet a cercare delle informazioni; e ne trovo parecchie. Ma un po’ discordanti: si va da un obbligato di VI- a uno di VII+; ma il bello sta sul primo tiro: in una relazione è valutato V, in un altra VII+! Riferisco al Clod che mi risponde: -Andiamo a fare Self Control!-

Siamo in Valle. La meta è stata decisa già a Montorfano: Precipizio e quindi le placche di Self. Ci imbraghiamo e iniziamo a salire a destra del torrente della Val Livincina. Il sentiero è ben marcato, poi al primo salto di roccia si attraversa il fiume (solitamente in secca) per salire alcune placche e puntare un paio di faggi che coprono una parete strapiombante. Raggiunto l’albero più a sinistra, si incontra la prima corda fissa, segue un tratto più facile fino ad un’altra fissa che sovrasta un bel salto sopra la Val Livincina. Si prosegue assicurati alla corda ritornando sull’altro versante, dove si sale sfruttando un’altra fissa. Pochi minuti di cammino e si arriva alla cengia del precipizio e quindi all’attacco della via (1h e 15’/30′ dal Gatto Rosso).

Il primo tiro è una bella e non banale fessura di 5c+ interamente da proteggere. Poco prima della metà, penzola un cordino: sarà fisso a qualcosa o semplicemente appoggiato? Lo raggiungo dopo aver piazzato un paio di friends: il cordino è bloccato da un masso usato a mo di cuneo. Mi da una sicurezza… Il passo che segue mi da del filo da torcere: in dulfer e aiutandomi con qualche incastro riesco a superare indenne il tratto ostico e quindi a venire a capo della fessura. Dal cordino in avanti, è impossibile proteggersi e quindi un volo è assolutamente da evitare: decisamente più arduo delle fessure di Luna! Segue un facile tiro (3a) e quindi un’altra stupenda fessura di 5b. L’arrampicata è decisamente più semplice e fluida che sul primo tiro, ma anche qui c’è un bel tratto improteggibile (forse con un 4 BD ci si può arrangiare, peccato che io arrivi al 2!). Praticamente alla fine della fessura, sulla placca a sinistra, c’è una bella sosta: con un infido e aleatorio traverso su una vena appena accennata la raggiungo. Alzo gli occhi. C..o! La sosta è 5m sopra di me; questa appartiene a una via-suicidio che corre a sinistra di Self Contol (Pajarracas Brujilda, 6c+ obbl). Ripercorro il traverso e riprendo la fessura fino alla sosta. Vengo quindi raggiunto dai miei due compagni d’avventura, Clod e Rufus, che se la stanno cavando egregiamente.

A questo punto entriamo nel regno del Clod, il forte placchista. Da qui in poi, i friends possono accomodarsi sui due porta-materiali posteriori, e iniziano così ad ammirare la Valle che indossa ancora gli abiti invernali. Parto per questo tiro di 6a d’aderenza: i primi movimenti non sono semplici, ma raggiungo lo spit. Il viaggio riprende (e proprio di un viaggio si tratta): infiniti movimenti, le scarpette accarezzano la roccia alla ricerca della più piccola asperità. L’attrito è mio amico e compagno, mentre gli altri due (Rufus e Clod) si allontanano sempre più. Concentrazione. Alè. Dai che ci sei. Sosta. La corda è praticamente finita ( quasi 50m di tiro) e sono separato da quella di partenza da soli 5 spit, su difficoltà sempre omogenee! Il tiro che segue (il V) è valutato 6a+: presenta un salto ostico, ma ben protetto e poi un arrivo impegnativo alla sosta (dove dovrebbe eserci il passo di 6a+); ma è nel complesso più semplice del precedente e questo spiega perchè la IV lunghezza sia stata attrezzata dall’alto, mentre la penultima sia stata aperta dal basso. L’ultimo tiro è decisamente più semplice e riposante (5b), anche se praticamente improteggibile. Tra l’altro, sviato probabilmente da un cordino penzolante e dalla cordata che ci precedeva, devo aver sbagliato l’itinerario. Salgo infatti diritto, fino a raggiungere il muro che sovrasta le placche dove ci troviamo: qui trovo solo un friend incastrato, ma della sosta nessuna traccia. Mi guardo in giro e ne scorgo una a circa 10/15m sulla sinistra. Comunico la situazione agli altri: preferiscono rinunciare e quindi io mi cucco una bella calata su friend!

La discesa avviene lungo la via (eccetto l’ultima calata su albero, sotto la verticale della sosta conclusiva di L3) e poi lungo le soste di Piedi di Piombo all’altare.

Beh, che dire? Ringrazio Rufus e Clod per l’aranciata al Bar Monica e chiudi con un appunto: mi sono squagiato di più sulla prima lunghezza che su quelle d’aderenza!