Wendenstocke: Aureus (Berna, II)

domenica 12 agosto

FOTO

Quando scegli un capocordata che non ha il livello e che si ghisa al nono tiro dopo essersi divertito a tenere una tacca insignificante nel vano tentativo di infilare una protezione in una fessura butterata capace solo di sputare fuori tutto ciò che vi viene infilato, il risultato non può che essere uno: buttare le doppie e tornare a casa con la coda tra le gambe.

D’altra parte il prologo non era stato dei migliori. Prima il Gughi si inventa la febbre del venerdì mattina dimenticandosi che la scuola è oramai un ricordo lontano e non è più necessario infilare il termometro nella tazza del tè bollente. Risultato? La partenza del sabato slitta di un giorno e io mi ritrovo a fare la pentola di fagioli lamentandomi come sia inammissibile non trovare nessuno disposto a fare due tiri da qualche parte. Forse dovrei farmi crescere le tette: avrei certamente qualche chance in più! Secondo, all’attacco della via ci torna a trovare Antonio o forse il nipote del camoscio del primo tentativo su Excalibur: cattivo presagio, o mi sfracellerò da qualche parte o butteremo le doppie prima di raggiungere la fine della via. In mezzo il solito avvicinamento che, visto dalla macchina, non sembra nulla di che ma poi, quando si è oramai a metà del prato verticale (da cui evidentemente qualche architetto ha preso spunto per il bosco nella stessa dimensione a Milano), diventa una specie di calvario con le pareti che restano immancabilmente alla stessa distanza nonostante la perpetua lotta con zolle e rocce ammucchiate le une sulle altre.

Inizio il primo tiro e già le sensazioni sono decisamente migliori della prima volta tanto che quasi mi pare di dominare (forse la parola è un po’ grossa!) le difficoltà. Sulla terza lunghezza infatti plano rumorosamente a terra ma, d’altra parte, per scalare in continuità bisogna essere un maciste con avambracci e spalle bioniche. Io di bionico invece devo avere solo lo stomaco così mi metto a stagionare un pochino su un paio di fix per gustarmi il caldo del sole che bacia la parete. Per il resto direi che tutto fila liscio: sul quinto tiro, il giovane (Gughi) continua a lasciare il passo al vecchio (il sottoscritto) che quindi si ritrova nuovamente alle prese con uno dei 5c più duri della storia.

Alla fine della sesta lunghezza, dove l’altra volta arrivavano le cascate del Niagara, ci concediamo una pausa culinaria. Trenta secondi per ingurgitare mezza barretta e un sorso d’acqua sono più che sufficienti, solo che il Gughi a quel punto ha appena iniziato l’antipasto di Natale. [continua]

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