Pizzo d’Eghen: Siddharta (Valsassina, Lecco)

domenica 01 luglio

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Vado a scalare con la concorrenza: la proposta è di Luca e, dopo aver avviato le rotelle, non mi ci vuole molto a richiamare la “big wall” all’ombra del lecchese e una via sulla quale avevo messo gli occhi da tempo. Così provo a lanciare l’amo e, anche se forse non di suo massimo gradimento, il pesce allla fine abbocca.

Il bosco è la classica foresta del Borneo con umidità al 1000 per 100 e noi due che buttiamo fuori più acqua della fontana di Trevi. Chiaramente le immagini della Cassin si sono sovrascritte e mischiate a quelle delle altre caianate tanto che i ricordi dell’avvicinamento assomigliano a quelli delle lezioni del liceo: una specie di agglomerato di nebulose perso nell’infinità dello spazio. Ho però la mia perfetta relazione, forse la prima volta che mi affido a quello che scrivo, e così mi sento tranquillo quasi come Luigi XVI in Place de la Concorde. Alla fine riusciamo a raggiungere il traverso nel bosco, una traccia che, non si capisce per quale ragione, a metà si volatilizza come i pasticcini lasciati troppo a lungo a portata del mio braccio.

Che lo zoccolo sia il marito della zoccola non ci vuole molto a capirlo. Per fortuna che sia stato imbrigliato da una ragnatela di corde fisse che, tirandole come il campanaro le corde delle campane, mi fanno arrivare all’attacco già con le braccia gonfie. Insomma, quando iniziamo a scalare sono nelle condizioni ideali per rischiare di passare fuori di testa! Mi infilo allora nel canale basale dove più che le tecniche maturate in falesia, tornano utili quelle della lotta per la sopravvivenza tra erba e blocchi che rischiano di scollarsi al solo passare dello sguardo. Arrivo così sotto la direttiva del presunto camino di Siddharta dove allestisco la sosta a friend sperando di non venire poi cazziato dal Luca perchè non ho seguito i crismi del manuale delle Giovani Marmotte caiano. Intanto che recupero il socio inizio a guardarmi intorno e provare a rispondere alla domanda esistenziale dell’alpinista: ma dove diavolo passa la via? Già perchè del chiodo di sosta non ho scorto alcuna traccia e non sono poi così sicuro di volermi infilare in quella spaccatura accogliente come la bocca dell’orco dopo la bagna cauda. L’unico motivo per il quale non inizio a dare segni di squilibrio è la presenza di un’intrigante sosta a fix qualche metro a sinistra, dove la roccia sembra quella del Wenden e non un aggregato male assortito di pezzi di calcare. Peccato solo che io debba salire sul marcio ma almeno così posso arroventarmi sulle questioni esistenziali caiane: perchè diavolo mi trovo qui? Forse perchè sono stato io a proporre questa ravanata? [continua]

 

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