Corno di Canzo orientale: don Arturo Pozzi (triangolo lariano, Como)

venerdì 02 giugno

FOTO

Fortuna vuole che abbia dato retta al Jag, anche se iniziare a camminare verso le 7:15 per andare ai Corni di Canzo, mi pare ancora una mezza follia. Però il fenomeno cui assistiamo è quantomeno insolito: mentre saliamo nel bosco, branchi di pesci tropicali ci nuotano attorno mentre scruto la selva per evitare di finire avvolto nelle spire di una qualche anaconda. Non ho mangiato funghi allucinogeni, semplicemente l’afa ha raggiunto livelli inimmaginabili e io espello acqua come la fontana di Trevi. Mentre quindi lasciamo dietro di noi una bava appiccicosa, proseguiamo imperterriti nella marcia spinti dal miraggio di un po’ di frescura concessoci dall’ombra della parete finchè la targa della don Arturo Pozzi arriva ad alleviare la nostra attuale sofferenza per poi catapultarci in un altro tipo di lotta.

In avanscoperta ci va il Jag, giusto dopo aver chiarito che la via sale lungo un diedro canale (ovviamente erboso) sulla destra e, quando inizio a seguirne le corde, non mi sento particolarmente a mio agio: il giardinaggio iniziale in realtà si rivela un lavoro per neofiti ma poi ci pensa una spaccatura saponosa a buttarmi nella mischia. In più, nella mia testa, iniziano a profilarsi i prossimi tratti di artificiale: mi rivedo su Stella Alpina a staffare su chiodoni marci che sembrano polverizzarsi solo a guardali. È come voler mangiare la Sbrisolona senza lasciare grosse briciole nel piatto! Il Jag invece è arrivato alla prima sosta come se nulla fosse: sembra quasi che alla vista della ruggine attivi la modalità di caiano infoiato. Mi viene il forte dubbio che le sue parole d’elogio per la sosta tutt’altro a prova di bomba da cui mi sta recuperando, non aiutino la mia psiche già destabilizzata. D’altra parte non me l’ha ordinato il dottore di ficcarmi su questa parete e, anche se lo avesse fatto, non sarebbe stata una scusa convincente per rimanerci, semplicemente è quella maledetta aquila tatuata sul cuore che mi spinge in simili avventure e, a quella, non si può dire di no! Poi arriva il mio turno: un bel traverso verso destra su chiodi che, almeno inizialmente, sembrano i denti di un novantenne, pronti a staccarsi mangiando la pastina! In realtà il problema maggiore si rivela ben presto un altro: chi ha disegnato questa linea, si deve essere evidentemente dimenticato di passare la colla su tutta l’accozzaglia di massi che costituisce la via col risultato che la roccia passa in continuazione da eccellente a marcia! [continua]

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