Grand Rappel: Eperon des Americains. La Sirene: Super Sirene. Paroi Noire: Hymne a la Vie (Calanques, Provenza)

domenica 23, lunedì 24 aprile

RELAZIONE pdf (Eperon des Americains)

RELAZIONE pdf (Super Sirene)

RELAZIONE pdf (Hymne a la Vie)

FOTO

Sbarchiamo in Francia, in riva al mare, sabato pomeriggio e subito qualcosa non va: non è per l’insolito posto per un trio di adepti dell’aquila visto che, oltre al mare cristallino, c’è un nugolo di pareti di ottimo calcare, no, il problema è un altro. Guardo il calendario, mi accerto che quello sia il Mediterraneo e non il Mare del Nord ma continuo a restare di ghiaccio: sarà forse per la temperatura che a mala pena arriva a contare due cifre?

Forse anche per questo ritorno d’inverno, la mattina veniamo meno alla natura caiana della sveglia prima dell’alba e poi ci avviamo verso Eperon des Americains, obiettivo scontato per un manipolo che ha nel DNA chiodi e staffe! Dopo uno snervante avvicinamento a base di sali scendi, ci congediamo dal già pullulante mondo degli spiaggiati orizzontali con un traverso a pelo d’acqua verso lo spigolo lungo il quale mi immagino scaricare la ferraglia che tintinna dall’imbraco. Invece, con certa delusione, la mia sete di avventura non trova modo di dissetarsi visto che la linea si rivela ben presto addomesticata: mi sarei aspettato un maggiore rispetto verso i tre apritori, mentre sembra che la filosofia “plaisir” abbia nuovamente segnato un punto a proprio favore. Sarà forse per assecondare un ambiente che ha poco da spartire con il rude mondo alpino tanto che, senza offesa per i due soci, sarebbe stato ben più interessante essere in compagnia di una bella gnocca!

Ma basta già il secondo tiro per scoprire i vantaggi della mancanza di femmina e conseguenti distrazioni: essere in super pompa! La fessura spancia dalla base; la osservo individuandone i punti deboli e poi inizio a scalarla portandomi sulle spalle lo zainetto per rispondere ad un anacronistico stile pesante anni ‘70! I tiri successivi si rivelano ancora più eleganti: prima un lungo muro verticale per poi entrare nelle viscere scure della parete dove la roccia apre le fauci in una tetra nicchia marrone. Stento a credere che dovrò infilarmi là dentro, eppure la linea si inerpica da quella parte. Richiamo ancora la pompa e alla fine mi trovo a guardare il panorama dal punto più alto.

La giornata però è ancora lunga e chiuderla così sarebbe come non terminare un vassoio di pasticcini (questo sempre perchè di donne nemmeno l’ombra). L’opportunità per proseguire la scalata si materializza di fronte ai nostri occhi proprio durante la discesa quando si materializza un elegante obelisco con il suo spigolo affilato. [continua]

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