Stimolina

sabato 25 aprile

Relazione e foto su fraclimb.com

Per la seconda volta mi confronto con il Precipizio e sempre in una squadra a tre (con me ci sono Clod e Massi). L’obiettivo è piuttosto ardito e si rivolge ad una porzione di parete poco frequentata. La via, rigorosamente di placca, oppone alcune resistenze già prima di raggiungere l’attacco: il sentiero d’avvicinamento alla cengia del Precipizio è già di per sè una vera avventura, quasi una via a preludio di qualcosa di più maestoso. Poi l’ultimo baluardo è rappresentato da un infido canale che sale dalla cengia stessa verso una zona boschiva più elevata. Riusciamo comunque a superare l”ostacolo ma solo progredendo in sicurezza.

Poi, finalmente, l’attacco: davanti a noi una placca compatta e verticale si staglia verso il cielo che comincia ad ingrigirsi. Ci leghiamo e inizio la mia cavalcata tra spit e spit. La difficoltà non eccessiva e la presenza di buone, seppur piccole, concrezioni mi guidano fino al termine della lunghezza che comunque richiede una buona dose di concentrazione. Recupero i miei compagni d’avventura e intanto mi guardo attorno scrutando il prossimo tiro: individuo alcuni appoggi minuscoli che mi dovrebbero condurre alla prima protezione, poi non scorgo più nulla.

Posso riprendere la salita. Con delicatezza mi avvicino alla prima protezione presso la quale mi fermo non poco alla ricerca dello spit successivo: l’unico che individuo è quello della linea alla mia destra. Dopo un attimo di indecisione decido di avviarmi verso quell’unico spit disperso in questo mare di granito. E la scelta si rivela azzeccata: i due itinerari si uniscono per poi proseguire insieme.

E’ la volta del terzo tiro: la partenza sembra agevole e questo stempera la tensione e una certa dose di timore. Sono appena risalito dalla corda che, stupidamente, ho lasciato cadere mentre recuperavo Clod e Massi con il risultato di lasciarla incastrare sotto una fastidiosa lama. Nonostante l’inconveniente, riprendo immediatamente ad arrampicare: raggiungo rapidamente la metà del tiro, pensando che in fondo la lunghezza non sia poi così dura. Mai valutazione fu più avventata e frettolosa! Dopo un breve ma netto traverso, il tiro riprende a salire, superando un piccolo saltino. Per evitare fastidiosi attriti, allungo la protezione aggiungendo un cordino e un altro rinvio a quello già posizionato. Supero il salto agguantando una buona presa sulla quale devo rimontare. La posizione è piuttosto scomoda e l’equilibrio non è dei migliori. Proprio sopra di me si trova la protezione seguente, ma per raggiungerla devo riuscire in questa rimontata. In perfetto stile Rambo, tengo un rinvio tra i denti nella speranza di agguantare più rapidamente possibile lo spit. Cerco di stabilirmi sull’appoggio, ma rapidamente perdo l’equilibrio: “cado!” è il grido che lancio all’indirizzo del mio assicuratore, con il risultato che il rinvio mi scivola di bocca e precipita verso il basso. Il volo termina senza conseguenze mentre sbatto contro la placca, mentre una nuvola di magnesite si libera dal sacchetto. Sarò caduto 5 o 6 metri. Risalgo all’ultimo spit raggiunto e subito provvedo ad accorciare la rinviata, quindi ritorno sul passo che mi ha respinto. Abbandonata l’idea di Rambo, riesco a guadagnare il miglior equilibrio e a issarmi sull’appoggio. Spit. Sospiro di sollievo e poi guardo oltre. Davanti a me si presenta una placca ripida e di pura aderenza; gli spit sono più ravvicinati, ma comunque mai vicini. Sono alla ricerca di un appoggio. Finalmente lo trovo. Carico il piede. Passo corto, trovo l’equilibrio e mi fermo. La sequenza dura interminabili minuti, ma lentamente guadagno le protezioni successive, fino ad agguantare un ciuffo d’erba presso la sosta. Questo lungo tratto continuo ha richiesto un’arrampicata d’equilibrio e precisione tipica della Valle e mi ha completamente svuotato. Mentre recupero i miei amici sono dubbioso sul da farsi: proseguire o tornare indietro? Ho appena superato una placca di 6b, ma la via non è ancora finita! Alla fine decido di proseguire, spronato dall’idea che i due tiri seguenti sono un po’ più semplici. La testa comunque non c’è più o, almeno, non è più quella di 40 metri sotto. Così supero le due lunghezze con un senso di precarietà e insicurezza più spinto.

Manca l’ultimo tiro. L’ora è tarda ma voglio portare a casa la via! Supero il primo tratto, poi raggiungo la fessura dove è presente un passo d’artificiale. Staffo sullo spit e poi sul chiodo seguente, ma poi non riesco a proseguire. Allora estraggo un nut che incastro nella fessura: lo carico. Tiene! Bene. Agguanto l’appiglio successivo e raggiungo lo spit. Ora è una questione di principio! Con tutti i mezzi a disposizione, guadagno uno spit dietro l’altro fino al penultimo. Oltre non riesco ad andare e allora si rifà vivo l’ìalpinista classico. Mi sposto poco più a destra entrando nel diedro che borda la placca. Riesco così a salire agevolmente superando l’ultimo spit per poi piazzare un friend di protezione. La sosta è pochi metri alla mia sinistra, ma non riesco ad uscire dal diedro. Così scendo e, con un piccolo pendolo, raggiungo l’ultimo spit che rinvio. Risalgo al friend e lo recupero, poi, con una breve arrampicata all’indietro sono nuovamente all’ultima protezione fissa. Provo a staffare diverse volte, ma non riesco a raggiungere la piccola cengia che mi sovrasta e che conduce alla sosta, distante da me pochi metri. E’ tardi, da sotto mi giungono le voci dei miei compagni stanchi ed infreddoliti. Da qui non riuscirei certo a passare rapidamente, così, dopo un po’ d’indecisione abbandono una maglia rapida e mi faccio calare.

Non sarò arrivato in sosta, ma credo di poter considerare la via conclusa: al massimo ci torno, mi infilo nel diedro, staffo su friend e raggiungo il termine!

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